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Approfondimenti

Khuzestan o Arabistan?

Gli Arabi del Sud dell'Iran tra Storia e autorappresentazione (1828-2008)
Gli eventi verificatesi in Iraq a partire dal 24 marzo 2003, e l’incertezza sui futuri sviluppi dell’operazione Enduring Freedom, hanno fatto sì che le politiche interne ed estere dei due principali paesi della regione, Turchia e Iran, divenissero di vitale importanza per gli Stati Uniti. Così come la Turchia è infatti impegnata in una nuova fase della guerra ai separatisti curdi del PKK/KADEK, con operazioni su larga scala oltreconfine nelle regioni di Mosul e Kirkuk, allo stesso modo l’Iran, a partire dal biennio 2005-2006 ha dovuto affrontare una serie di minacce interne al regime. Accomunato alla Turchia nella lotta ai separatisti curdi del PEJAK (ramo iraniano del PKK), sempre a partire dal 2005 il governo di Teheran ha visto una rinascita dei sentimenti indipendentisti e separatisti, spesso perseguiti attraverso azioni terroristiche, nelle regioni con forti minoranze etniche (Azerbaijan, Kurdistan, Gurgan, Baluchistan e Khuzestan). La vittoria dei conservatori dell’Ayatollah Ali Khamenei e dei sostenitori del Presidente Ahmadi-Nejad sui riformisti di Seyyed Mohammad Khatami alle elezioni legislative del 14 marzo e 25 aprile 20081 poi, ha fatto riemergere il problema del rispetto delle minoranze. Mentre infatti il governo sembra sostenga movimenti insurrezionalisti sciiti all’estero (Milizie Badr e Armata del Mahdi in Iraq, Hezbollah in Libano) al fine di “esportare la Rivoluzione Islamica”2, a partire dal 2005 ha stretto la morsa su diverse organizzazioni e partiti di opposizione, in risposta all’ondata di attentati compiuti da alcuni di questi in Baluchistan, Azerbaijan e Khuzestan. Queste due regioni in particolare sono tra quelle storicamente più  instabili e propense alla ribellione di tutto il paese. Il Khuzestan è infatti fondamentale per la stabilità dei rapporti con Iraq e Stati del Golfo, data la presenza lì dei maggiori giacimenti petroliferi e gasiferi del paese e delle industrie petrolchimiche a questi collegate. Insieme con la Provincia di Bushehr e le province azerî,è il principale produttore di cereali del Paese; fino almeno alla Prima Guerra del Golfo, quando in seguito ai bombardamenti e all’impiego di armi chimiche, l’ecosistema delle paludi dello Shatt al-Arab venne gravemente danneggiato su entrambi il alti del confine, con danni irreparabili per la coltivazione della canna da zucchero. Questa aveva infatti costituito una delle principali produzioni agricole della regione. Pur essendo questa etnicamente molto composita, come del resto tutto il Paese, gli Arabi costituiscono la comunità maggioritaria. Non va dimenticato in ultimo il ruolo culturale simbolico che tanto gli Azeri quanto gli Arabi hanno avuto nella formazione della stessa identità persiana (la diffusione dello Sciismo Duodecimano è infatti avvenuta per mano dei Turchi, e degli Azerî in particolare). Nel caso poi degli Arabi, sebbene numericamente di gran lunga inferiori alle popolazioni turcofone del Paese (gli Arabi sembra raggiungano solo il 3%, mentre gli Azeri, o Azerbaijani, costituiscono la più grande minoranza del paese, raggiungendo da soli il 24% dell’intera popolazione iraniana) hanno goduto per secoli di un prestigio legato alla loro discendenza e al merito di aver per primi portato l’Islam i quelle terre.

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I Mille di Genghis Khan

Gli Hazāra tra persecuzioni, esilio e speranze di rinascita (1879-2009)
Passeggiando nei pressi di Piazza Venezia a Roma, tra Piazza di San Marco e via degli Astalli, a pochi passi dalla storica sede del PCI in via delle Botteghe Oscure, ci si può imbattere in volti insoliti. Volti rassegnati, in fila per avere un aiuto dal Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati di via degli Astalli. Volti antichi, quasi comparse uscite da un racconto di Rudyard Kipling. Kim o l’Uomo che volle essere Re, fate voi. Ma ad un occhio più esperto ricordano i soldati turchi e mongoli raffigurati delle miniature persiane degli Shanameh d’epoca ilkhanide o gialairide nei secoli XIV e XV, o le guide delle carovane che trasportavano principesse Ming a Tamerlano raffigurate nelle tavole “cinesi” di Siyah Qalem, il “Maestro degli Uomini e dei Demoni” nella Transoxiana del ’400.
E in un certo senso questi Hazāra, perché proprio di loro si tratta, lo sono. Il nome Hazāra sembra derivi dalla parola persiana hazār che significa “mille”, usato per riferirsi all’unità militare mongola di 1000 uomini (Mongolo ming, pl. mingan Turco ming > bin, mille), che insieme ad arban (unità di 10), jä’gün (unità di 100) e tümän (unità di 10.000) indicava i contingenti delle armate mongole e post-mongole d’Asia.(2) Queste erano infatti suddivise in unità decimali, secondo un’antica pratica iranica e poi turca (si pensi ai 10.000 Immortali dei sovrani achemenidi).(3) Di lingua persiana, vivono soprattutto nelle regioni centrali del paese. Con una popolazione stimata tra i 5 e gli 8 milioni, costituiscono circa il 15% della popolazione dell’Afghanistan, essendo così il terzo gruppo etnico del paese. Gli Hazāra si trovano in gran numero anche nel vicino Pakistan, in particolare nella città di Quetta (Baluchistan), e in Iran (Mashhad), soprattutto come rifugiati. Prevalentemente musulmani Sciiti duodecimani, ma con minoranze sciite ismailite e sunnite, oggi gli Hazāra aderiscono in maggioranza allo Sciismo duodecimano (o Imamita), a differenza degli altri gruppi etnici presenti in Afghanistan (in gran parte sunniti). Spesso sono stati accomunati ai persofoni della regione di Herat (farsīwān) proprio in base alla religione, senza però mai nascondere il loro credo attraverso la dissimulazione prevista dal diritto sciita (taqiyya). Vi sono poi alcuni Hazāra sunniti, principalmente tra gli Hazāra TÁymanÐ e gli Aymaq Hazāra. La religione comunque, grazie anche a legami tribali molto dinamici, è sempre stata vissuta a livello molto popolare, costituendo un fattore aggregante specie in occasione delle festività, sia comuni (ÝId-e Qorbān e ÝId er-Ramazan) sia legate all’Ašūra (Martirio dell’Imam Hussein). Importante è infatti la venerazione dei santi (pirān), e il rispetto dei Sayyed (discendenti di Maometto). Come nella più antica tradizione iranica festeggiano l’inizio del Nuovo anno zoroastriano (Nawrūz).

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