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Doha Climate Gateway, nulla di fatto sul clima

QATAR - Doha. Si è conclusa l’8 dicembre, tra tante difficoltà e con un giorno di ritardo rispetto al programma, la XVIII Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 18). Il summit ha dato l’avvio alla “seconda fase” del Protocollo di Kyoto, ha prodotto l’accordo denominato “Doha Climate Gateway”, ma ha anche deluso chi, in primis le ONG ambientaliste, si aspettava una svolta decisiva nella lotta ai cambiamenti climatici.

La seconda fase del Protocollo di Kyoto, che si svilupperà da gennaio 2013 a dicembre del 2020, infatti, risulta essere inadeguata allo scopo di contenere l’innalzamento della temperatura mondiale entro i 2°C. Essa riguarda solo l’Unione europea, la Croazia, l’Islanda ed altri otto Paesi industrializzati tra cui l’Australia, la Norvegia e la Svizzera, che insieme rappresentano poco più del 15% del totale delle emissioni di gas serra nel mondo. Rimangono dunque fuori dal Protocollo i Paesi maggiormente “inquinatori” come Stati Uniti, che non hanno aderito nemmeno alla prima fase di Kyoto, Cina, il più grande produttore di CO2 al mondo, Russia, Canada, Giappone, nascondendosi dietro la giustificazione della difficile congiuntura economica.

Il “Doha Climate Gateway”, con cui si è chiusa la conferenza delle Nazioni Unite, rappresenta un atto senza obiettivi vincolanti, un documento di transizione, in attesa del prossimo meeting di Varsavia e che tutti gli Stati raggiungano, entro il 2015, misure comuni e condivise per abbattere le emissioni di gas serra, applicabili dal 2020. Il “Climate Gateway”, tuttavia, dovrebbe favorire le prossime intese internazionali sulle politiche ambientali. In tal senso vanno visti i principali punti dell’accordo quali:  l’invito ai Paesi sviluppati ad annunciare nuovi aiuti finanziari ai Paesi in via di sviluppo per fronteggiare l’emergenza climatica e mobilitare fondi per 100 miliardi di dollari all’ anno fino al 2020; l’esigenza di arrivare alla conferenza dell'Onu del 2015 con un protocollo che abbia forza giuridica per limitare l’innalzamento della temperatura globale a 2°C; l’urgenza, da parte degli Stati più industrializzati, di riparare alle perdite e ai danni causati ai Paesi del sud dal riscaldamento globale. Proprio il “risarcimento” che i Paesi ricchi dovrebbero concedere alle nazioni più povere per i danni connessi al cambiamento climatico, insieme ai dettagli tecnici del Kioto bis hanno diviso maggiormente i 193 Paesi presenti alla conferenza.

Dal vertice internazionale di Doha è emerso che soprattutto i rappresentanti delle maggiori potenze economiche mondiali sembrano incuranti rispetto alle problematiche ambientali ed alle conseguenze economiche e sociali che da esse derivano. Gli ultimi studi della Banca Mondiale riportati nel rapporto “Turn Down the Heat: Why a 4°C Warmer World Must be Avoided”, invece, dimostrano come in mancanza di interventi vincolanti e comuni in materia di emissioni di gas serra si avrà un aumento di 4°C della temperatura media della Terra entro il 2060. La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e l’Organizzazione Meteorologica Mondiale dell’ONU (WMO), inoltre, hanno messo in evidenza che la presenza in atmosfera di gas come CO2, ozono e metano nello scorso anno, ha raggiunto la concentrazione record di 473 parti per milione (ppm), contribuendo in maniera decisiva agli sconvolgimenti climatico–ambientali in atto in tutto il mondo. 

Gli effetti del cambiamento climatico interessano anche l’Europa. La ricerca “Climate change, impacts and vulnerability in Europe 2012, pubblicata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), infatti, afferma che le conseguenze del cambiamento climatico potrebbero rafforzare le disparità  economiche esistenti tra le varie aree e minare la sopravvivenza stessa dell’Unione europea.

 

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