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USA: oil companies vessate dalle tasse

STATI UNITI – Washington D.C. 23/09/2013. Forbes, rivista statunitense di economia e finanza, ha recentemente pubblicato la classifica delle 25 società che, relativamente al 2012, hanno pagato più tasse negli Stati Uniti d’America. In questa compaiono ben quattro compagnie petrolifere: ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips e Occidental Petroleum Corporation (OXY), rispettivamente al primo, al secondo, al settimo ed al diciassettesimo posto.

Da un’attenta analisi dell’elenco, però, si riscontra soprattutto la maggiore pressione fiscale a cui sono sottoposte le compagnie petrolifere, anche a causa del fatto che le imposte per queste «fluttuano con il prezzo del petrolio», rispetto a società appartenenti ad altri settori. ExxonMobil, infatti, per gli utili dello scorso anno, ha versato nelle casse del governo federale 31 miliardi dollari, con un’aliquota effettiva sulla base imponibile del 39%, Chevron, invece, 20 miliardi dollari, con un’aliquota del 43%, mentre ConocoPhillips 7,9 miliardi dollari, con un’aliquota effettiva del 51,5%, ovvero la percentuale più alta sulla base imponibile rispetto ad ogni altra azienda delle lista. OXY, ancora, ha corrisposto allo Stato americano 3,1 miliardi dollari, con un’aliquota sulla base imponibile del 42%, vale a dire quasi quanto pagato da Intel (3,2 miliardi dollari), che, di contro, rappresenta una realtà aziendale molto più ampia e strutturata, con utili netti doppi rispetto ad OXY. 

Gli Stati Uniti, è necessario precisare, sottopongono le proprie imprese, qualunque sia il settore di pertinenza, ad una tassazione media del 35%, a cui va aggiunto un ulteriore 5% di altre imposte statali e locali; percentuale ben più alta della media dei Paesi dell’OCSE, che secondo KPMG, società specializzata nella revisione e nella organizzazione contabile, si attesta al 25.47%. Per far fronte a tale pressione fiscale, o meglio per aggirarla, dunque, molte aziende “incanalano” i propri profitti e la propria liquidità all’estero, verso controllate costituite in Paesi a bassa imposizione fiscale. 

Da anni, ormai, negli USA si dibatte sull’opportunità o meno di ridurre la tassazione per le imprese. Secondo alcuni esimi economisti, abbassare le imposte porterebbe a maggiori investimenti delle imprese entro i confini nazionali e a meno sforzi, da parte delle stesse, per riporre denaro contante all'estero, contribuendo così a risollevare finanziariamente gli istituti di credito e a favorire la crescita dell’intero sistema Paese. Il taglio delle imposte dal 35% al 25% per cento sulle società, fa sapere il think tank Tax Foundation, aumenterebbe il PIL del 2,2%, lo stock di capitale privato-aziendale del 6,2%, i salari del 1,9% ed i ricavi statali dello 0,8%.  

Per altri analisti, invece, con un deficit annuale di 1.000 miliardi dollari, il governo federale non può permettersi di tagliare le tasse alle imprese. Quest’ultima posizione è avvalorata anche da una ricerca condotta dal Government Accountability Office, dalla quale emerge che le imposte sulle società (360 miliardi di dollari l'anno) attualmente costituiscono solo il 9% del gettito fiscale federale, mentre quelle individuali e sui salari contribuiscono rispettivamente al 40% e il 42% delle entrate. Una situazione molto diversa rispetto ai primi anni cinquanta, quando i tributi delle imprese generavano il 32% delle entrate federali, le tasse individuali il 42% e le imposte sui salari il 10%.

A prescindere dalle suddette teorie, tuttavia, è innegabile che una riduzione della pressione fiscale permetterebbe alle aziende di limitare gli impegni economici profusi per la creazione di controllate in paradisi fiscali e, magari, di investire maggiori risorse in ricerca e sviluppo.

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