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Rischio afgano per la Libia

LIBIA - Tripoli 11/11/2013. La sera del 7 Novembre il quartiere di Suk al-Jumaa, nella parte est della capitale, dalle ore 22 alle ore 1 circa, è stato teatro di una resa di conti tra due milizie.

Motivo dello scontro è stata la morte di Nuri Friwan, capo della milizia della città di Misurata, rimasto gravemente ferito in una precedente scaramuccia presso un checkpoint arrangiato dai miliziani del quartiere di Suk al – Jumaa.

La spedizione punitiva da parte del gruppo di Misurata è avvenuta nel classico stile da retata: pick-up equipaggiati con cannoncini antiaerei hanno occupato le strade principali del quartiere e sparando colpi in segno di dimostrazione di forza hanno lasciato dietro di loro – secondo le dichiarazioni dei testimoni tra civili e forze di polizia - almeno 10 persone gravemente ferite e danneggiato diverse strutture, tra cui il Radisson Hotel, utilizzato da diplomatici e businessman.           

«Siamo ancora nel mezzo di una crisi e abbiamo disperatamente bisogno di aiuto». Queste le parole di Salah Bashir Margani, ministro della giustizia a Tripoli. «Non dovremmo permettere che la Libia scivoli in una situazione come quella della Somalia o dell’Afghanistan. Sarebbe troppo» aggiunge Margani, sentendosi impotente di fronte ad una situazione che sembra senza via d’uscita. «Il vero problema è che tutto quello che facciamo, tutte le situazioni con cui proviamo a confrontarci per tentare di venirne a capo si risolvono in un fallimento. È come svegliarsi tutte le mattine e chiedersi: quale disastro affronteremo oggi?». Il ministro insiste: «Si stanno commettendo cose terribili come omicidi e torture, tutte cose che quei giovani ragazzi non dovrebbero fare». Margani spera fortemente di ricevere questo aiuto - quasi divino - dalla comunità internazionale. Il governo si sta quindi impegnando nei percorsi di addestramento che circa 18 mila cittadini libici, alcuni addirittura negli States, hanno intrapreso e grazie ai quali formeranno le file del nuovo esercito e delle nuove forze di polizia.

Tuttavia la situazione per il momento sembra rimanere critica. Scontri a fuoco tra le varie milizie cittadine e regionali sono quasi all’ordine del giorno non solo nei piccoli centri ma anche e soprattutto nelle grandi città, Tripoli in testa – come dimostrano gli avvenimenti del 7 Novembre. 

In tutto ciò la situazione del figlio di Gheddafi, Saif el-Islam rappresenta un vero e proprio pantano per le autorità governative. Saif è ricercato dalla corte Internazionale di Giustizia che lo ha accusato di crimini contro l’umanità in seguito al suo ruolo giocato durante la guerra civile a fianco del padre. Il governo centrale di Tripoli vuole che il processo si svolga nella capitale sotto il controllo delle autorità competenti. Il problema non sussisterebbe se Saif non fosse prigioniero di Ajmi al-Atiri, 50 anni, capo della milizia di Zintan, una cittadina situata nel nord-ovest del paese, abitata da 50 mila persone circa, dove si trova al momento Saif. «Noi l’abbiamo catturato e noi ne siamo responsabili» dichiara Atiri, aggiungendo tra le altre cose che il governo non è degno di strappare il prigioniero dalle mani dei suoi miliziani, deridendo le altre milizie e additandole come criminali insistendo sul fatto che i suoi uomini hanno a cuore il destino della Libia. Uno dei problemi insormontabili per il governo di Tripoli è infatti che tutta la Libia brulica di personaggi a capo di milizie che credono cosa sia meglio per il paese.

«L’economia si sta deteriorando e la nazione sta andando in frantumi» avverte Hanan Salah, direttrice del settore libico di Human Rights Watch. «Se guardiamo alla situazione politica – aggiunge – troveremo un governo centrale veramente molto debole che non riesce a coordinare i suoi sforzi affinché vengano raggiunti gli obbiettivi prefissati».

Insomma, i fatti confermano le previsioni: la stabilità della Libia è ancora lontana.

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