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ISIS presto in Italia?

ITALIA - Roma 01/09/2014. Allarme Italia. Le maglie dell’operazione militare “Mare Nostrum” potrebbero essere troppo larghe per passare correttamente al setaccio le masse di migranti che si riversano sulle nostre coste. I flussi migratori, in costante aumento a seguito dei conflitti nord-africani e mediorientali, potrebbero nascondere cellule dello Stato Islamico pronte ad azioni terroristiche e di reclutamento.

Marco Minniti, sottosegretario di Stato con delega alle informazioni per la sicurezza, spiega che «Isis rappresenta una minaccia senza precedenti». Lo Stato Islamico è un vero esercito con armi tradizionali, impegnato in una guerra simmetrica e che ha già dimostrato di poter conquistare e amministrare un territorio sovranazionale molto vasto (vedi tra gli altri, AGC: Roma: obiettivo social di ISIS; Tripoli e Bengasi al centro degli scontri; ISIS Blitzkrieg; Bengasi terra di contesa; Social Media Jihad). Forte militarmente e ricco economicamente, «controlla una quindicina di pozzi e raffinerie petrolifere con i quali incassa ogni giorno  2 milioni  di euro». Con la presa di  Mosul, spiega Minniti,  l'armata nera ha recentemente raccolto 500 milioni di dollari. La forza di Isis risiede nel fatto che, oltre che a corrispondere ai parametri di un esercito regolare, sa anche muoversi «con azioni terroristiche, quindi in una guerra tipicamente asimmetrica, difficile da contrastare». 

Il Sottosegretario lancia un allarme preciso: rischio forte per l’Italia e l’Europa intera se non si riesce ad elaborare una politica di contenimento chiara, consapevole e precisa. «Nel cuore dell'Europa ci sono migliaia di persone pronte a entrare in azione». I jihadisti italiani – circa 50 stimati e impegnati nel conflitto mediorientale – infatti sono conosciuti e monitorati in tempo reale. Quelli che preoccupano sono quelli europei, che invece «sono liberi di circolare nei Paesi dell'Ue e di venire anche qui da noi». Oltre al pericolo a cui siamo sottoposti a causa della mobilità europea, c’è da considerare anche la nostra vicinanza ai Paesi del Maghreb. I recenti conflitti che hanno investito quest’area infatti hanno scatenato una vera e propria invasione di rifugiati, fra i quali potrebbero essere infiltrati degli agenti di Isis. La sua tentacolare diffusione infatti, come dice Minniti, non può essere assolutamente sottovalutata. In questo contesto, l’operazione Mare Nostrum – avviata per garantire la  salvaguardia della vita in mare e per assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico  illegale di migranti – è considerata insufficiente per un controllo che dovrebbe essere il più possibile minuzioso e capillare, visto il pericolo a cui siamo esposti come Italia. Basti pensare alla Libia che oggi si trova a fronteggiare una situazione senza precedenti. È lì che si gioca il futuro di Isis nel Maghreb e, se questo dovesse prevalere, il nostro Paese, e prima fra tutte la Sicilia, sarebbe esposto agli attacchi di un nemico più vicino di quanto possiamo immaginare. Dopo l’invio di armamenti allo schieramento curdo, l’Italia si è poi chiaramente schierata contro lo Stato Islamico, il che ci espone alla concretezza della minaccia fondamentalista. 

Una corretta analisi del fenomeno dovrebbe prendere in considerazione anche l’elemento della presenza non trascurabile di musulmani su suolo italiano. In Italia, come in altri Paesi europei, gli immigrati – di prima e di seconda generazione – potrebbero essere infatti i più inclini a farsi trascinare dalla propaganda dello Stato Islamico e non, come accaduto nella regione del Veneto. C’è anche da dire che il conflitto all’orizzonte si prospetta come ideologico più che militare. Il forte spirito jihadista delle formazioni salafite potrebbe mettere a dura prova un Europa ormai stanca che vede messi in crisi i suoi valori di fronte alla crisi economica dilagante.

In tutto questo, il Presidente Barak Obama dice di non avere ancora una strategia chiara su come affrontare Isis. Il pericolo di ritrovarsi in un pantano come quello afghano è infatti un fantasma che perseguita tutte le iniziative americane nell’area mediorientale. In questa prospettiva il Presidente ha spinto il governo iracheno a trovare una linea d’azione efficiente, dichiarando che non sarà disponibile all’invio random di soldati americani per contrastare le formazioni Isis, che spuntano un po’ dovunque. Considerando Isis una minaccia a medio-lungo termine per l’America, il Presidente sta vagliando l’ipotesi di consultare il Congresso per stanziare dei fondi che dovrebbero aprire la strada per una strategia più chiara. Tuttavia, non sarà facile per il Presidente accreditarsi presso un Congresso fortemente diviso fra repubblicani e democratici.  In ogni caso, sottolinea Obama, il coinvolgimento degli Stati Uniti nella faccenda Isis è auspicato nella misura in cui collabori tutta la comunità internazionale, con riferimento speciale alla NATO. La questione verrà poi ulteriormente sviscerata in occasione della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, previsto per Settembre.

L’appello viene lanciato anche dal Segretario di Stato USA, John Kerry, che Venerdì 29 ha lanciato l’idea di una coalizione globale capitanata dagli Stati Uniti. «Cercheremo di costruire una larga coalizione e di mettere in evidenza il pericolo rappresentato dai combattenti islamici – ha dichiarato Kerry – Ciò di cui abbiamo bisogno per confrontarci con la visione nichilista di Isis e la sua agenda genocida è una coalizione globale che si avvalga di un coinvolgimento politico, umanitario, economico e legale, nonché di strumenti di intelligence per il supporto militare». Il Segretario ha anche aggiunto che «al cancro Isis non sarà permesso di espandersi verso altri Paesi. Il mondo può fronteggiare questa minaccia e sconfiggerla definitivamente». 

L’avvertimento del pericolo imminente è stato lanciato anche dai Paesi del Golfo – Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Oman – e in particolare dal re saudita Abdallah che, in un ricevimento a Jedda con gli ambasciatori stranieri,  ha dichiarato che «il terrorismo è una forza malvagia che deve essere combattuta con saggezza e rapidità. Se lo si trascurerà, sono sicuro che entro un mese arriverà in Europa e in un altro mese in America».
Insomma, non possiamo più pensare al terrorismo come qualcosa di distante, come ad un cancro che attecchisce solo nell’area mediorientale. Sembra anzi di essere tornati nel 2001 dopo l’attentato al World Trade Centre. 

La battaglia si combatte in casa nostra.

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