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Crisi siriana: la risposta turca

Come risposta all’attacco ad un velivolo di ricognizione turco da parte dell’esercito siriano, la Turchia ha deciso di schierare la propria artiglieria anti-aerea lungo il confine turco-siriano.

Si tratterebbe di una tecnica di reazione atta a compensare quella che è stata percepita dal Primo Ministro Erdogan come una “non risposta” a livello internazionale all’abbattimento del proprio velivolo.

Il regime siriano esce rafforzato da tale reazione che evidenzierebbe la propria potenza, in contrasto con la disomogeneità del supporto estero all’azione dei ribelli, che da solo richiederebbe un tempo indefinito per sovvertire il regime di Assad. D’altra parte le tecniche di elusione delle sanzioni suggerite da Russa e Iran al regime di Siriano, sono tutt’ora capaci di dare degno supporto all’esercito siriano e alla propria economia.

Da parte sua, la Turchia conscia della propria impreparazione ad un intervento militare in Siria condotto unilateralmente, sembra aver assimilato la volontà della Nato nel non dare supporto ad un eventuale intervento militare. Da qui il tentativo di Erdogan in Europa di internazionalizzare la questione, cercando altre vie di soluzione multilaterale.

L’incontro del 30 giugno, voluto da Kofi Annan, tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e quattro paesi mediorientali ha visto il rappresentante russo osteggiare una risoluzione su un eventuale governo d’unita capace di guidare una transizione che implicherebbe le dimissioni del Presidente Siriano Bashar al Assad. Per fronteggiare questa crisi, la Russia si proporrebbe invece di ospitare una conferenza internazionale da svolgersi alla presenza di un delegato siriano.

 

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