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Siria: ora è rischio armi chimiche

SIRIA - Damasco. 27/07/12. Seppur nel timore di incorrere in altri grossolani errori di valutazione, si infittiscono i sospetti che la Siria stia portando avanti un programma di implementazione del proprio armamento chimico. 

Nello scenario degenerescente di questi giorni, la preoccupazione che tali ordigni vengano impiegati da Bashar al Assad per mettere a tacere i ribelli, o possano cadere nelle mani di organizzazioni estremiste anti-occidentali, sta divenendo reale. La Siria, non rientra tra gli stati firmatari della Convenzione contro le Armi Chimiche, che ne renderebbe illegale la produzione, lo stoccaggio e l’impiego e il regime di Assad, inoltre, ha aspettato fino a qualche giorno fa per ammettere pubblicamente di possederne.

I sospetti erano ovviamente molto forti, non si esclude – ne tuttavia si giustifica - una trovata di Assad per rafforzare la propria posizione negoziale e sfruttare l’effetto deterrente di tale dichiarazione. Resta il fatto che Assad si sta muovendo sul filo di lana, perché è d’altra parte evidente che un eventuale impiego di armi chimiche da parte del regime siriano, farebbe decadere ogni esitazione su un eventuale intervento straniero, che vedrebbe trasmutato il suo problema da giuridico a logistico.

La situazione resta tuttavia assai tesa. Il timore che armi di questo tipo cadano nelle mani di gruppi di militanti, potrebbe anche portare ad un intervento esterno di tipo preventivo a protezione/distruzione dei depositi di armi siriani, con enormi ricadute in termini di controllo di un territorio che andrebbe allo sbaraglio e dove si stima siano necessarie almeno 75mila unità per gestire le ricadute di un intervento straniero di tipo militare. L’unica alternativa percorribile, resta allora l’intelligence che purtroppo comincia a palesare i propri limiti in termini di incisività e contenimento. 

Un intervento militare, richiederebbe l’impiego di forze di aria e di terra per mettere fuori uso i sistemi antiaerei siriani e arrivare a controllare la parte occidentale del paese, dove sono localizzati la maggior parte dei depositi di armi. Il rischio di un’operazione di questo tipo è alto per almeno tre motivi, due tattici ed uno strategico.

La maniera più veloce per mettere sotto controllo un deposito di armi, se la situazione rischia di precipitare, è distruggerlo per via aerea. Tuttavia, un intervento aereo non sarebbe capace di garantire un risultato completo, esponendo eventuali armi o sostanze scampate all’esplosione al saccheggio incontrollato; inoltre, non si esclude che la stessa operazione militare diffonda nell’aria sostanze dannose con effetti non distanti da un canonico impiego delle stesse armi di distruzione di massa che si intendeva rendere inutilizzabili. In tal senso, un precedente dai dubbi risultati si è avuto circa cinque anni fa, quando Israele decise di radere al suolo un sospetto sito nucleare nella parte orientale del territorio siriano, senza curarsi di eventuali ricadute radioattive nella zona circostante. Da ultimo, in termini strategici, si tratterebbe di aprire un fronte di guerra, come sempre certo nel principio incerto nel compimento e nei risultati. Anche in questo caso senza correre troppo indietro nel tempo, i precedenti invitano alla moderazione. 

 

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