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Giornalisti tunisini contro la neonata dittatura

TUNISIA - Tunisi 19/04/2015. Il sindacato dei giornalisti tunisino ha chiesto che sia ritirato il disegno di legge per il quale in base agli «attacchi contro le forze armate» istituisce uno «stato di polizia e una dittatura» e «mina la libertà di stampa e di espressione», libertà nascenti nel Paese.


Questa settimana, il governo, insediatosi lo scorso febbraio, ha presentato al Consiglio del Congresso del Popolo, il parlamento tunisino, il disegno di legge per la discussione e l'approvazione.
L'Unione nazionale dei giornalisti tunisini, riporta Alquds, ha denunciato il disegno di legge che stabilisce «il ritorno di pene detentive nel campo del giornalismo fino a dieci anni di carcere, per motivi di sicurezza, l'arresto e la carcerazione in prigioni segrete, come faceva Ben Ali contro i suoi avversari e i giornalisti con l'accusa di disturbo dell'ordine pubblico». Il sindacato denuncia le minacce alla libertà di espressione e di stampa punite «fino a due anni di carcere», inoltre ci critichi le forze armate del paese «è punito con la reclusione fino a due anni e una multa di diecimila dinari (meno di 5 mila euro) chi deliberatamente abbia insultato le forze armate al fine di danneggiare la sicurezza pubblica».
Per il sindacato dei giornalisti, il disegno di legge mina «la libertà di espressione attraverso la criminalizzazione del diritto di manifestare». addirittura, denuncia il sindacato, è punito con l'ergastolo chi «intenzionalmente (...) bruci o distrugga un veicolo o una struttura delle forze armate ai fini di danneggiare la pubblica sicurezza». Inoltre il provvedimento garantirebbe l'immunità alle forze di polizia anche reagiscano ad attacchi simili con forza non proporzionale. Per il sindacato, questo disegno di legge «ricorda le leggi che hanno stabilito la dittatura prima della rivoluzione» del 2011 e teme che «vengano eliminati quelle libertà che sono state create»; i giornalisti chiedono a «società civile e gruppi parlamentari di assumersi la piena responsabilità e di schierarsi contro questo progetto repressivo».

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