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Lapid: ruvide aperture sull'Iran

ISRAELE - Gerusalemme 22/09/2013. Il 16 settembre scorso,  il ministro delle finanze israeliano, Yair Lapid, anchorman televisivo e noto giornalista leader di Yesh Atid, ha concesso una rara intervista alla Cnn.

In contrasto con la linea dura di Netanyahu, Lapid, seppur altrettanto duro, ha usato un tono diverso: «Sono felice di ascoltare qualsiasi nuova musica provenga dall'Iran, questi loro nuovi obiettivi devono essere sostenuti con i fatti (...) quando il reattore a Qom sarà chiuso, quando smetteranno di arricchire l'uranio (...) allora potremmo discutere se tenerci per mano e cantare alleluia insieme (...) Dobbiamo aspettare e vedere cosa succede con Rouhani. Da quando ha vinto le elezioni, hanno installato 7000 nuove centrifughe (...) È troppo presto per dirlo». 

Nonostante il suo scetticismo, le osservazioni di Lapid sono un benvenuto rispetto al modo in cui gli israeliani si esprimono sugli eventi in Iran. Lapid è stato un importante giornalista israeliano, entrato in poloitica ha vinto incredibilmente le elezioni, è stato nominato ministro delle finanze; è uno dei quattro ministri membri del più segreto forum decisionale di Israele. 

Negli ultimi mesi, poi, la popolarità di Lapid è precipitata (dopo che ha imposto tagli di bilancio e aumenti delle tasse), forse questo è il motivo per cui la sua retorica contro l'Iran è meno aspra e più ottimista: potrebbe essere un modo per distinguersi da Netanyahu. Lo stesso Rouhani ha rilasciato un'intervista alla Nbc, dopo le osservazioni fatte da Lapid, accusando Israele di «politiche guerrafondaie». Per alcuni analisti a Gerusalemme, Rouhani assomiglia a Mikhail Gorbachov. Rouhani, dicono, non è un riformista per natura, la sua è solo tattica. Tornando all'interessante intervista di Lapid, le parole dell'ex anchorman sono ruvide anche sulla Siria: «Se si vuole negoziare è meglio avere un grosso bastone in mano - o in questo caso un grande Tomahawk (...) È il Medio Oriente, bisogna avere bastoni e carote». Anche qui il tema è sempre lo stesso: grandi parole da confermare con azioni concrete: «A meno che non ci sia una minaccia credibile, tutte le trattative sono solo parole vuote (...) Non sarà finita fino a quando tutte le armi di distruzione di massa saranno fuori della Siria. Allora sapremo che questa mossa è riuscita». L'articolo di Rouhani sul Washington Post è una nuova risposta che parte dalla Siria per arrivare ai rapproti tra Israele e Iran; entrambi si aspettano che fatti concreti seguano le parole altisonanti pronunciate in precedenza. 

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